Un diritto faticoso

Oggi è stato il giorno del diritto di tribuna in consiglio comunale. Ce lo eravamo conquistato nei mesi scorsi raccogliendo oltre 500 firme in calce alla nostra petizione, abbiamo dovuto riconquistarcelo oggi opponendoci alla decisione del commissario dei vigili (che, a suo dire, eseguiva ordini del presidente del consiglio comunale), che voleva limitare a 5 persone (più i tre sottoscriventi) l’accesso alla sala. Già ci pareva assurdo limitare l’accesso a 25 persone, ridurlo a 5, e comunicarcelo solo al momento Tribunadell’ingresso, ci pareva una dimostrazione del più totale disprezzo per noi cittadini, che in maggioranza abbiamo dovuto prendere permessi dal lavoro per essere presenti.
Dopo aver discusso a lungo, aver coinvolto anche lo stesso presidente Ferraris e il consigliere Curto, siamo finalmente riusciti ad ottenere l’accesso alla preziosissima sala. Con nostra sorpresa, nonostante il commissario dei vigili ci avesse detto trattarsi di un locale molto piccolo, ci siamo stati tutti e 25 (più 5 consiglieri comunali e alcuni giornalisti).
Qui di seguito il discorso che abbiamo fatto. Per le risposte alle domande posteci dai giornalisti speriamo a breve di potere recuperare gli audio.
Il consiglio comunale aveva discusso della questione ieri, qui il resoconto della seduta.
La rassegna stampa sul nostro intervento (in progressivo aggiornamento) è qui

Come prima firmataria della petizione presentata in comune in data 26/2/2013 vorrei fare una breve premessa.
La petizione in oggetto, corredata di oltre 500 firme, chiedeva di fermare i lavori di demolizione della fabbrica ex Diatto-SNIA, in attesa di approfondimenti circa le molte incongruenze rilevate dai documenti in nostro possesso.
In data 21/5/2013 ci viene comunicato che sono state accettate 548 firme e che presto verremo convocati per il diritto di tribuna.
Mercoledì 5 giugno, all’alba, un imponente dispiegamento di forze di polizia militarizza il quartiere, vengono introdotte le ruspe e inizia un dissennato e furibondo lavoro di demolizione. Nello stesso giorno ricevo la lettera di convocazione da parte del comune per il diritto di tribuna il 18 di giugno!
Mi sento veramente presa in giro, il primo impulso è quello di rifiutarmi di partecipare a tale diritto di tribuna. La petizione chiedeva di sospendere la demolizione e questa avviene prima che noi si sia convocati.
Ripensandoci, ritengo convenga sfruttare la possibilità per informare la cittadinanza di quanto avvenuto e valutare quali altri spazi di intervento rimangano
Faccio ancora notare che alla mia cortese domanda, rivolta ai vigili urbani che, insieme alla polizia, presidiavano la zona, circa gli orari di lavoro di un cantiere, visto che la sera precedente i lavori si erano protratti fin oltre le 23, mi viene risposto in modo arrogante che “quella era una situazione di emergenza”.

La mattina del 5 giugno, più di 100 poliziotti hanno sgomberato uno stabile vuoto, bloccando per l’intera giornata un isolato e mantenendo anche nel giorno successivo un imponente presidio. Un simile spiegamento di forze, evidentemente sproporzionato rispetto agli obiettivi dichiarati, trova la sua unica plausibile ragione nel presentare una “situazione di emergenza” in nome della quale agire in deroga a leggi e regolamenti. Così l’impresa Riccoboni ha dato inizio alla demolizione dell’ex Diatto, abbattendo subito la cisterna che era un po’ il simbolo sia dell’edificio sia della nostra protesta. Proprio la cisterna è infatti oggetto di un grossolano errore di datazione contenuto nella relazione sulla base della quale, nel 2010, è stato ridotto il vincolo della soprintendenza beni architettonici che, fino ad allora, proteggeva l’intera area. Sulle modalità di demolizione, visibili in parecchi video in rete, non ci dilunghiamo: vogliamo solo far rilevare che una porzione di muro (circa un metro quadro di superficie) è caduta all’esterno dello stabile, su un marciapiede non transennato.

Con pari cura si è iniziato l’abbattimento dei capannoni. Nonostante, già prima delle 9 di mattina, avessimo avvertito la soprintendenza della presenza all’interno dei resti di un acquedotto romano, di cui Prelios risulta essere custode, una parete è stata fatta crollare sui resti. Anche su questo fatto non ci dilunghiamo, visto che già il consigliere Curto ha presentato una denuncia al riguardo, vorremmo solo far notare che il primo rappresentante della soprintendenza si è presentato sul posto oltre le ore 16 , ben 7 ore dopo la nostra comunicazione all’ente.
Le evidenti infrazioni commesse nella prima giornata di lavori sono purtroppo solo la minima parte di quelle riguardanti il progetto. Quanto alla riduzione del vincolo, come già accennato riteniamo sia stata concessa sulla base di una relazione che ad essere gentili si può definire imprecisa e lacunosa; siamo inoltre convinti che l’intero iter del progetto non sia regolare sotto più di un punto di vista, e su tutte queste irregolarità chiederemo l’intervento delle autorità competenti.

Nel pomeriggio si è presentato l’assessore Passoni che, effettuato un sopralluogo all’interno, ha risposto alle domande che gli abbiamo rivolto alternando due affermazioni “Il comune non ne era a conoscenza” e “L’area è privata e non è di competenza del comune”. Due frasi che meritano un momento di riflessione, per le verità che rivelano, senza averne l’intenzione.
La prima dice infatti della falsità con cui il rappresentante dell’amministrazione ha pensato di confrontarsi con i cittadini, in quanto mentre l’assessore rispondeva, a pochi metri da lui stazionavano i vigili urbani presenti fin dalle prime ore del mattino. A quanto ci risulta i vigili urbani sono ancora alle dipendenze del comune di Torino, che per averli inviati sul posto doveva essere a conoscenza dell’operazione.
La seconda risposta invece denuncia ingenuamente una verità mai ammessa da chi ci amministra, una verità inaccettabile, rimossa dal discorso pubblico, al punto che Passoni stesso ripete il mantra senza apparentemente dare peso a quel che sta dicendo, come fosse un fatto naturale: “non è competenza del comune. Lo stesso semplice cartello di inizio lavori, esposto tra le altre cose solo dopo le 18.30 di quel giorno su nostra sollecitazione anziché, secondo norma, essere affisso da 30 giorni prima, alla voce ‘proprietà’ recita ‘Fondo città di Torino’, di cui il comune detiene il 35%.
Secondo quanto detto dall’assessore, quanto amministrato dal Fondo non è più di competenza comunale. E perché dunque partecipare con la seconda quota di maggioranza a tale Fondo (Prelios, la prima, ha l’1% in più)? Forse che anche il denaro pubblico investito in questa partecipazione quindi non è più di competenza comunale?
Se così è, viene da chiedersi perché lo stipendio dell’assessore che non ha competenze debba ancora essere di competenza pubblica.

Ma la candida ammissione di Passoni racconta qualcosa di nuovo solo a chi non vuole vedere come funziona da tempo il “sistema Torino”, ed il ruolo fondamentale che in questo giocano le operazioni urbanistiche, che sono operazioni immobiliari e finanziarie assieme, di cui quella sulla Diatto è solo un ultimo, piccolo e proprio per questo lampante esempio.
Un esempio di come l’amministrazione degli affari cittadini non sia più di competenza comunale e non venga più rivolta agli interessi dei cittadini amministrati. Per questo nel quartiere in cui viviamo non esiste una biblioteca pubblica, non c’è traccia di verde, di asili, di spazi aggregativi, di teatri e tutto quel che può rendere migliore la qualità della vita tra gli abitanti.
Per capire quali interessi curi invece la competenza comunale bisognerà leggere quanto scritto due anni fa, nel suo Bilancio 2011, da Equiter, il terzo socio del Fondo, che lamentava la sua scarsa rendita, indicando la necessità di accelerare il lavori su tre aree, una delle quali è proprio la Diatto.
Alla luce di questo la frase dell’assessore assume un altro significato, sembra dirci che, anche se socio di minoranza del fondo (29%) in realtà Equiter ne è il vero controllore, in quanto attraverso Intesa SanPaolo detiene i crediti degli altri due soci, e può quindi esercitare pressioni forti a sufficienza da far attuare le proprie direttive pur rimanendo nell’ombra.
E per farle attuare in qualsiasi modo, come la nostra vicenda mostra chiaramente, il blitz di ruspe e forze dell’ordine è solo l’ultimo sputo in faccia alla rispettabilità delle regole democratiche.

L’intervento del 5 giugno ha reso il percorso della petizione, di questo diritto di tribuna e dell’incontro con la commissione, una farsa pressoché inutile, ridicolizzando gli strumenti di partecipazione democratica, insultando il sistema di regole condiviso e il comune intero.
Ma anche l’iter approvativo del progetto, avvenuto in totale silenzio e con una finestra di tempo per presentare osservazioni dal 10 al 24 agosto dello scorso anno, dicono della sbrigativa arroganza di chi cura i propri interessi al di sopra della comunità.
Sono gli stessi professionisti del settore a lamentare non i limiti, ma i danni di questo sistema.
Sono numerosissimi i comitati sorti in varie zone della città, a dimostrare come non si possa più ignorare la dimensione sistemica del problema.
Una rete di architetti, giuristi ed altri professionisti – Torino è la mia città – ha da poco sollevato la questione sul funzionamento dell’Urban Center in questa gestione malsana. L’AIPAI (ass. italiana per l’archeologia industriale), ha sottolineato in un comunicato sui fatti della Diatto come qualcosa di più e di meglio andava fatto, si poteva fare, forse non si è saputo o voluto fare.
E noi siamo venuti qui comunque oggi per dire che qualcosa di meglio si deve fare, a partire da ora.
A partire delle informazioni e dalle conoscenze già in possesso del Comune, contenute in uno
studio commissionato dallo stesso e realizzato nel 2012 nel Progetto ‘Concordia discors’, che nel quartiere San Paolo evidenziava come, secondo i residenti, l’aspetto migliore del quartiere fosse (cito dalla relazione finale) “la sua storia industriale e politica, di lotte operaie e di inclusione degli immigrati. Questa storia si può osservare in molti aspetti architettonici del quartiere.”
Lo stesso studio tra le criticità del quartiere, oltre al fatto che “In alcuni casi la riconversione delle ex-aree industriali ha presentato dei problemi”, cosa di cui abbiamo appena avuto un’ennesima conferma, annovera il fatto che “Ad eccezione delle scuole e degli oratori, mancano centri di incontro e di aggregazione per i giovani. Per questo motivo molti giovani escono dal quartiere per socializzare.”

Avendo il Comune ormai cancellato dal quartiere il suo aspetto migliore, vuole pensare di fare qualcosa per migliorare quel che rimane, accantonando l’attuale progetto che, ricordiamo, prevede 250 alloggi (definiti ‘di pregio’, quindi non popolari) in una città che ne conta già 40000 vuoti, un parcheggio interrato, a circa 100m dal parcheggio interrato di corso Racconigi, il meno utilizzato di Torino, ed un’area commerciale, a 100 metri dal mercato di corso Racconigi, il secondo più grande di Torino? E soprattutto, vuole il Comune avviare un percorso nel quale l’uso degli spazi sia deciso insieme a chi quegli spazi li dovrebbe vivere?
Aprire un tavolo con il quartiere può significare anche, per il Comune, raccogliere informazioni e stimoli su quelle che sono le risorse, le idee ed i bisogni da sostenere per trovare soluzioni che vadano oltre l’accanimento terapeutico che impone case a chi sta perdendo la propria e negozi a commercianti che chiudono.
Un processo simile è però impensabile che venga aperto e gestito dagli stessi che fino ad oggi hanno creato, o tutt’al più subito senza poterci fare nulla – a detta loro, questa situazione, per questo chiediamo le dimissioni degli assessori competenti, oltre la sospensione dei lavori, che era oggetto della nostra petizione e l’apertura di un percorso di riprogettazione dell’intervento.

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