Dialogo improbabile tra l’architetto e la cisterna

fantasma2In attesa del piatto forte di sabato vi proponiamo un aperitivo letterario, un dialogo tra fantasmi, come tanti altri. La novità, casomai, sarebbe che la modesta cisterna, non una vecchia villa con imposte cigolanti o un castello battuto dai venti, assuma identità fantasmatica.

I due, di natura incorporea, potrebbero incontrarsi in Nuova Zelanda o nella capsula spaziale della Cristoforetti. A Corio Canavese dove è morto lui o in via Moretta dove è finita lei. In via Milano dove Piero il triste pranza in ufficio con un triste toast, sul tetto di un 55 fermo in corso Racconigi (un avvocato rampante ha lasciato il suv in doppia fila per comprare presunte verdure biologiche).
Dove vi pare, tranne sulle finte nuvolette del caffè Lavazza. Per favore, pietà, buon gusto, simpatia o se volete rispetto nei confronti di un altro Pietro. Più gioviale del primo, e ci vuol poco, ma non certo conciato da allegro tenutario come nello spot. Pensate se nel 2016 la Lavazza assumesse il triste e il PD candidasse Solenghi…ma questa è un’altra storia.

Fenoglio: E alura, la mia cita…Mia si fa per dire: ti han disegnata i giovani di studio, neh. L’avìa trop da fé, grandi progetti e carriera nelle banche, per occuparmi delle piccolezze. Però controllavo tutto e come, e se qualcosa non andava si rifaceva da capo. Perciò rincresce che ti abbiano buttata giù, ‘sti tangheri. Periodo strano: anni fa il villaggio Leumann lo hanno recuperato con tutti i crismi, nella stazionetta han fatto perfino un bar, in corso Francia trattano il mio villino come ’n monument nasiunal e a dui pass da lì a campu giù tut. Per fare qualche altra casa brutta, cara e col soffitto basso…O meglio, per bluché ‘l cantié ses meis dopo. Ho navigato a lungo nelle banche d’affari e nella finanza e non era certo un momento facile o limpido; te lo dico io: sono matti.

Cisterna: Ho piacere di conoscere mio padre, anche perché hanno scritto che ero nata dopo la seconda guerra mondiale, pensi. Le dirò: come tutte le cisterne e torri d’acqua di questo paese, ero già un fantasma prima di essere abbattuta. Dopo la chiusura della fabbrica, nessun tecnico mi ha guardata mai per capire come stavo, non dico poi farsi venire un’idea su come usarmi.
In Svezia, Finlandia, Norvegia nelle torri abitano famiglie rumorose e persone solitarie, ci sono studi di musicisti, architetti e pittori. In Inghilterra succede nei fari. Qui, se si arriva in autostrada da Milano, abbiamo il solito brutto ipermercato con la grande torre Snia. Abbandonata. Del resto, quante cisterne ben costruite e ancora in buono stato sono lì a far niente nelle stazioni del Piemonte!

F: Sei bene informata, vedo. E hai ragione. Mentre parliamo chi ti ha distrutta magari sta progettando per i suoi una casa sull’albero, secondo la moda californiana. Ti consola ?

C: Per niente.

F: Sei così piccola. Che cosa avresti voluto diventare?

C: Non mi provochi, lei che con gli altri del Liberty si divertiva a progettare saloni enormi e stanzini da bagno così piccoli che non ci si può stare in piedi. Per non parlare degli scaloni alternati a minuscole scalette contorte dove si sale a stento di fianco.

F: Il gran gioco della decorazione, del floreale. Ultima esplosione di bellezza prima della catastrofe.

C: In un certo senso ha ragione: è da ridere quando certi deputati grandi e grossi si infilano per votare nei piccoli confessionali progettati dal suo amico Basile a Montecitorio.

F: Torniamo ai tuoi progetti per il futuro, ne avessi avuto uno.

C: Le ho detto che prima non mi guardava nessuno, tranne i vicini e a volte uno studente che mi fotografava per la tesina. Negli ultimi mesi invece ho sentito tanto parlare di recupero e riuso degli spazi, e ho sperato che anch’io avrei avuto un ruolo. Contavo di comparire in sogno a quelli del comitato e suggerire idee.
Prima ipotesi: vasca per girini (i bambini di città non ne vedono mai).

F: E quando crescono?

C: Già…Il movimento si spacca tra friggitori di rane e animalisti.
Seconda: rifugio erotico per coppie clandestine di precari, o precarie di clandestini, o precarie di precari o clandestine di cla….

F: Ho capito: sfigati, come dite voi. Idea ottocentesca ma non brutta.

C: Poi ho pensato agli aspetti pratici: i turni, la pulizia. Il movimento che si spacca tra fautori della biancheria usa e getta e ultimi romantici, con decorazioni, candele profumate e lenzuola di finta seta.
E così per altre ipotesi: stanza di ascolto o esercitazione strumentale (quanti conflitti fra tribù musicali e amanti di strumenti diversi), luogo di incontro per collezionisti (qui le spaccature possono diventare guerre) e così via.

F: Non mi dirai che abbattendoti hanno risolto il problema del conflitto…

C: Anzi. La mia distruzione ha provocato rabbia e dolore e ha dato al tutto una dimensione epica.

F: Sei diventata un simbolo.

C: C: Infatti mi sento un po’ come il milite ignoto, che deve immolarsi per aver un monumento. Preferirei esistere ancora, anche fra l’indifferenza generale. Sono finita proprio quando cominciavamo a pensare a me, il che più che epico è malinconico, se ci riflette.

F: Non saprei, forse: sono stato un uomo di grande successo ma sono morto all’improvviso anch’io, e avrei voluto ancora realizzare tanto…
Non avevi un’idea forte? Ogni progettista serio deve averne una, che duri nel tempo.

C: Sì. Alla fine mi ero convinta che sarei stata preziosa come supporto al mio amico e vicino, il magazzino. Aveva le dimensioni ideali per diventare la nuova biblioteca del quartiere, e io sarei stato il sancta sanctorum, dove un paio di persone avrebbero potuto approfondire la lettura usando anche nuovi media. Dal romanzo alla visione del film ispirato, dall’autore alla bibliografia, dal libro di viaggi ai disegni dei primi viaggiatori, dal catalogo alla visita virtuale dei grandi musei.

F: E non ci sarebbero stati code, conflitti o uso improprio dei media?

C: Ci avrebbe pensato il bibliotecario o qualche suo aiutante volontario: studenti, pensionati. Agli studenti avremmo dato riconoscimenti vari, non avendo noi di che pagarli. Ai pensionati invece una bella regolata: non come quelli che imperversano negli ospedali e nei punti di accoglienza per turisti, ansiosi finalmente di comandare e prodighi di informazioni errate.

F: Pagare i giovani è doveroso. Io che passavo per un babau ora sarei un dio. Vedo bene in che condizioni lavorano giovani di studio e ricercatori, e a devu anche ese tirà a lucid. Un quartiere di quarantenni in cravatta che mangiano pizza al taglio, kebab o aprono la schiscetta della mamma.

C: Cose ottime, fossero pagate con il loro stipendio. Ma avvocati e architetti, che votano PD, devono risparmiare per comprare verdura presunta biologica con l’auto in seconda fila sul corso.

F: Adesso smettiamola con ‘sti discorsi, che se no arrivu Marx e Bakunin.

C: Sul serio?

F: E mi l’ei nen veujia da sentji discute, anche se son due belle teste. E poi mi mettono in mezzo perché sono stato banchiere…Rimani tu. Con la benedizione di tuo padre, cume a’s dis.
A proposito, ho notato che sul manifesto Torino Incontra Berlino, che simula la partita fra intellettuali (uno è in corso Racconigi), fra i tedeschi manca proprio Marx. Che cultura!
Ma chi a l’è ‘stu asesur? A pensa mac ‘l jazz, la musica. Crede di essere a Salisburgo?

C: Non siamo certo là, e neanche a New Orleans. Sa che l’anno scorso durante il Don Giovanni di Mozart, in piazza San Carlo, ogni cinque minuti irrompeva in scena un’attrice a spiegare i retroscena psicoanalitici dei personaggi, interrompendo i cantanti? Il pubblico è tonto e non merita di godersi l’opera da cima a fondo: capisce che idea di cultura? E’ uno che fa cadere le braccia.

F: Mi resta una curiosità. Hai potuto studiare, radicata com’eri al suolo…

C: Una volta era un quartiere serio. Qui lavoravano Montagnana e altri leaders, si organizzavano scioperi. Avevamo circolo giovanile, scuola e asilo infantile socialisti. Per non litigare subito col padre, non sto a dirle che è successo nel ventennio. Voglio credere che il suo atteggiamento morbido nei confronti del fascismo fosse dettato solo da considerazioni pratiche, da economista.
E poi è morto troppo presto: magari si sarebbe schierato contro anche lei.

Torino, 18 giugno 2015, una lontana parente di Kraus*

*“Il mio rispetto per le cose irrilevanti sta assumendo proporzioni gigantesche”
Karl Kraus (1874-1936)

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